Indice
La storia delle predere
L'Età contemporanea
Tutte le pagine

L’Età Moderna

L’estrazione delle pietre arenarie locali e la loro lavorazione ebbe a Viggiù un’origine antichissima. È infatti possibile ritrovare tracce di questa attività già nel medioevo, in coincidenza con l’estendersi a tutta l’Italia settentrionale dell’attività di maestri lapicini e scultori provenienti dal comasco (detti appunto maestri comacini), tra i quali è anche possibile che operassero degli artigiani provenienti dalla vicina area viggiutese.

L’uso locale della pietra di Viggiù è attestato già nel XIII secolo e nel XIV si hanno già certe testimonianze della partecipazione di artisti viggiutesi ai lavori di edificazione del Duomo di Milano, cantiere che assorbì buona parte della mano d’opera del borgo (che migrava stagionalmente) per alcuni secoli, ricoprendo anche importanti ruoli di direzione dei lavori (come il vigiuttese Carlo Maria Giudici, nominato protostatuario della Fabbrica a metà del XVIII secolo).

Il lavoro degli scalpellini era inizialmente organizzato secondo la tipica istituzione medievale della corporazione, ma ben presto (nel XIII secolo il processo sembra già in corso) la famiglia artigiana diventò il vero e proprio nucleo di produzione e di trasmissione del sapere tecnico-artistico, a scapito delle corporazioni che si estinsero.

La tarda età rinascimentale e il periodo barocco segnarono un vero e proprio salto di qualità per la produzione viggiutese: nel 1574 Martino Longhi da Viggiù venne nominato architetto papale e moltissimi artisti del paese lo seguirono per partecipare all’edificazione di Roma secondo i nuovi stili che si andavano affermando alla corte pontificia. I viggiutesi si raccoglievano nella Compagnia del Corpus Domini, a Roma, ma mantenevano costantemente contatti con la comunità varesina.

Il movimento di riforma della Chiesa cattolica sviluppatosi nella seconda metà del XVI secolo come risposta al diffondersi delle Chiese protestanti, diede altri notevoli impulsi alla produzione viggiutese. Artigiani di Viggiù, infatti, furono attivissimi nell’edificazione di un nuovo tipo di monumento, dedicato alla devozione popolare, i Sacri Monti, che sorsero un po’ ovunque lungo la fascia delle prealpi italiane, come “baluardo” alla penetrazione nelle classi popolari delle idee della Riforma protestante dal centro Europa (ne rimangono notevoli esempi a Varese, Varallo, Oropa).

Tuttavia la metà del XVII secolo segnò una dura battuta di arresto nelle costruzioni monumentali: il generale peggioramento della congiuntura economica, le continue guerre e le pandemie di peste ebbero pesanti conseguenze anche sulle attività dei cavatori di pietra e degli scultori di Viggiù.

La crisi venne lentamente superata e, a metà del XVIII secolo, si poté assistere ad un nuovo periodo di benessere dell’industria locale, grazie, questa volta, alla diffusione nelle costruzioni dello stile neoclassico (che interessò sia l’edilizia religiosa che quella civile). La fama degli artisti viggiutesi crebbe a tal punto che molti di loro furono chiamati a Milano ad insegnare nella neonata Accademia di Brera (fondata a Milano nel 1775). La tradizione sopravvisse fino al XX secolo: a cavallo tra Otto e Novecento, ad esempio, insegnò a Brera Enrico Butti, al quale si deve la donazione originaria del museo.

clicca sull'immagine per vedere la galleria