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La storia del settore tessile
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Le origini

Il territorio conosciuto come Alto Milanese (oggi a cavallo tra le province di Milano e quella di Varese), fu teatro di una precoce diffusione delle attività manifatturiere, e successivamente, fu una delle prime aree italiane a subire un vero e proprio processo di industrializzazione.

Quest’area godeva dei vantaggi della vicinanza di Milano (le comunicazioni erano facilitate anche dal disporsi dei principali centri dell’area lungo l’asse del Sempione), pur mantenendo una certa autonomia dal capoluogo, sancita, ad esempio, dalla presenza di una sottoprefettura a Gallarate, che ebbe compiti amministrativi sul circondario fino alla creazione della provincia di Varese (1927).

Tuttavia lo sviluppo di questa zona non può essere fatta risalire a qualche vantaggio nella distribuzione dei fattori, quanto, paradossalmente, alla povertà e alla scarsezza di risorse. Le rese agricole dell’Alto Milanese erano infatti bassissime, a causa della scarsa fertilità dei terreni, incapaci di trattenere l’acqua e le sostanze nutritive, e costantemente assediati dalla brughiera. Il lavoro a domicilio (allevamento del baco da seta, filatura e tessitura di lana, lino o cotone…) rappresentavano quindi una necessaria integrazione dei redditi agricoli, che solo in questo modo potevano arrivare a livelli di sussistenza. Queste pratiche avevano origini molto antiche, affondavano le proprie radici nel piccolo artigianato rurale o nella produzione per l’autoconsumo dei contadini, ma avevano ricevuto un consistente incentivo, grazie all’inserimento in un mercato più ampio, già in età moderna, con il decentramento di alcuni fasi produttive da Milano al contado. Il sistema di lavoro a domicilio in cui era inserito l’Alto Milanese, tuttavia, non rappresentava ancora un primo stadio dell’industrializzazione, quanto un insieme instabile e mutevole di piccole botteghe artigiane e attività disperse nelle campagne: alcuni settori non arrivarono mai ad uno sviluppo di tipo industriale (come ad esempio la seta, più arretrata che in altre aree lombarde) o scomparvero del tutto prima del XIX secolo (come la lavorazione del filo di ferro a Busto Arsizio).

Con la ripresa dell’economia lombarda, intorno alla metà del XVIII secolo, la fisionomia manifatturiera dell’Alto Milanese cominciò a rafforzarsi e iniziò ad emergere l’orientamento verso la lavorazione del cotone. Le oscillazioni della politica economica austriaca e le fasi alterne degli orientamenti doganali del periodo napoleonico condizionarono lo sviluppo dell’industria cotoniera dell’area, che era profondamente dipendente dall’estero, soprattutto per quanto riguardava l’approvvigionamento di materie prime. La produzione era ancora dispersa, e si serviva di tecnologia e forme organizzative profondamente arretrate. Fondamentalmente si riduceva all’attività di filatura nelle famiglie contadine e alla tessitura manuale nei borghi; comunque, dato che l’offerta di filati era molto modesta, venivano tessuti principalmente semilavorati importati. In questo modo venivano prodotti principalmente tessuti di bassa qualità (fustagni e “bombasine”), che avevano però grandi possibilità di diffusione in quel periodo: tra Sette e Ottocento, infatti, si completò quella “rivoluzione del vestiario” che vide le classi popolari passare da abiti quasi esclusivamente di lana a vestiti in cotone, più leggeri, meno cari e facilmente lavabili.

Il sistema di produzione a domicilio era coordinato da mercanti (spesso modesti proprietari terrieri della zona) che fornivano le materie prime e si occupavano di ritirare il prodotto finito. Anche per quanto riguarda gli imprenditori, la scelta industriale fu stimolata da un meccanismo analogo a quello che creò la figura dell’operaio-contadino: la rendita fondiaria era giudicata troppo scarsa, e questo favorì una certa propensione all’investimento in settori più rischiosi, come il commercio e, successivamente, l’industria. La terra assumeva in quest’ottica un ruolo di riserva e metteva al riparo dalle crisi o dal fallimento nelle attività non tradizionali. Non si può quindi parlare di un sistema di produzione compiutamente capitalistico, in primo luogo perché i mercanti rimanevano figure tradizionali, per i quali l’attività produttiva era solo un complemento di quella commerciale (spesso a sua volta complemento di una rendita agraria). Inoltre il lavoro si svolgeva nell’ambito tradizionale della famiglia contadina, con scarsissimi investimenti fissi e senza un reale controllo del lavoro da parte dell’imprenditore. Questo andava naturalmente a svantaggio della qualità e delle possibilità di innovazione tecnologica, ma permetteva notevoli margini di flessibilità, in grado di assorbire le tensioni di un mercato in una fase di sviluppo ancora profondamente condizionato da fattori esogeni (il principale dei quali era sicuramente la politica doganale).

Con la Restaurazione il rigido sistema protezionistico imposto dagli Austriaci stimolò alcuni importanti cambiamenti nel settore (oltre che un vivace contrabbando con il Piemonte e la Svizzera). Dato che la materia prima era colpita da tariffe meno sensibili di quelle che gravavano sui filati, l’interesse degli imprenditori si concentrò sull’incremento della produzione interna, favorendo le prime esperienze di meccanizzazione della filatura. Bisogna inoltre ricordare che proprio in questi anni arrivò a compimento la “rivoluzione” della diffusione del cotone tra le classi popolari, con un sensibile ampliamento del mercato potenziale. Nel 1836 si contavano nell’Alto Milanese oltre 19.000 fusi (su un totale regionale di circa 40.600), e questa cifra era raddoppiata entro il 1845. La vocazione tessile cominciava a consolidarsi e a porre profonde radici anche nel tessuto sociale, basti ricordare che a metà ‘800 i distretti di Busto e Gallarate avevano una popolazione inferiore ai 50.000 abitanti, e ben 20.000 erano occupati in questo settore. Cominciò in questo periodo l’ascesa di quelle che saranno nella seconda metà del secolo le grandi dinastie di cotonieri: i Crespi, i Turati, i Candiani, gli Ottolini, i Ponti, i Cantoni, gli Airoldi…

Non possiamo tuttavia parlare di figure imprenditoriali “pure”: i protagonisti di questa fase di espansione dell’industria cotoniera hanno ancora i caratteri del proprietario terriero e soprattutto del grosso commerciante. Inoltre l’intero settore presenta ancora forti caratteri di arretratezza: la filatura era ancora un’attività decentrata nelle aree rurali, era vincolata dalla disponibilità di energia idraulica (i motori a vapore erano troppo costosi, dato l’alto costo di importazione del carbone), inoltre la produzione era limitata a prodotti di bassa qualità, che risultavano competitivi con quelli importati esclusivamente per l’alta protezione doganale.

Il maggiore ostacolo alla modernizzazione del settore era tuttavia il collo di bottiglia rappresentato dalla tessitura: subito prima dell’Unità esistevano solo alcune centinaia di telai meccanici, a fronte di circa 20.000 telai a mano. Si trattava di un sistema decentrato di lavorazione a domicilio, diffusa principalmente nei centri urbani (in Busto e in Gallarate non esistevano ancora filature meccaniche), con una produttività e livelli qualitativi assai bassi, ma con consistenti vantaggi di costo per gli imprenditori, che non erano costretti a consistenti investimenti. Di fatto le famiglie di imprenditori impegnati nella filatura meccanica erano al massimo una dozzina, a fronte di una fitta schiera di mercanti-imprenditori che coordinavano il lavoro a domicilio dei tessitori (che generalmente mantenevano anche la propria attività di contadini). Impiantare una tessitura meccanica avrebbe richiesto ingenti immobilizzazioni di capitali e, fondamentalmente, una scelta decisa per un modello di attività compiutamente industriale, rinunciando ai vantaggi che erano propri dell’industria a domicilio. Il sistema di produzione tradizionale, tuttavia, poneva pesanti ipoteche sulle possibilità di sviluppo future, e alcuni pionieri cominciarono a rendersene conto e ad orientare le proprie attività in senso più moderno: già nel 1854 la Cantoni di Legnano affiancò ai reparti di filatura un reparto di tessitura meccanica e reparti di tintoria e candeggio, realizzando così una completa integrazione di tutte le fasi di lavorazione del cotone.

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