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Varese e Provincia
Gli anni Venti e Trenta
Il censimento industriale del 1927
Il secondo dopoguerra
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di Giorgio Bigatti

“Oggi su mia proposta il Consiglio dei ministri ha elevato codesto Comune alla dignità di capoluogo”.

Con queste parole, il 6 dicembre del 1926, Mussolini annunciava in un telegramma al sindaco di Varese la nascita della nuova provincia. La decisione, che recepiva un’aspirazione a lungo coltivata dalla classe dirigente cittadina, all’atto pratico incontrò notevoli resistenze ed ebbe una attuazione assai più contrastata di quanto era ragionevole attendersi.

L’idea di una autonoma rappresentanza amministrativa della porzione nord-occidentale della Lombiardia non era nuova. Si era posta una prima volta sul finire del Settecento al tempo dell’imperatore Giuseppe II. Nel 1786 era stata infatti istituita l’Intendenza politica di Gallarate, ma tale organismo ebbe vita breve e stentata, anche perché non fu agevole decidere quale dovesse essere la città capodistretto tra Gallarate, vitale centro commerciale non lontano dal confine con lo stato sabaudo, e Varese.

Il dilemma sarebbe stato sciolto da Napoleone con un atto di imperio: nel 1801 Gallarate e i comuni del territorio alto milanese vennero annessi al dipartimento dell’Olona (prefigurazione di quella che successivamente sarebbe stata la provincia di Milano), mentre Varese e le sue valli furono aggregati alla provincia di Como. La compartimentazione napoleonica, sopprimendo l’Intendenza di Gallarate, da un lato poneva fine alle velleità di autonomia dell’Alto Milanese, dall’altro saldava in un’unità artificiale due territori come quelli di Varese e Como che malgrado notevoli affinità geomorfologiche avevano in realtà ben pochi interessi in comune. Ciò nonostante, i confini fissati allora rimasero immutati sino all’avvento del fascismo.

Alla metà degli anni venti, i sostenitori del distacco di Varese da Como trovarono ascolto nel governo, desideroso di rafforzare la presenza dello stato in una zona prossima al confine con la Svizzera.

La creazione della nuova provincia e la definizione dei suoi confini non furono tuttavia operazioni indolori e malgrado i limiti imposti al dibattito politico il dissenso ebbe modo di manifestarsi. Il nodo dello scontro fu il distacco dell’Alto Milanese dal capoluogo, a cui lo legavano interessi economici e antiche consuetudini di lavoro. Alla fine, accogliendo parzialmente le ragioni dei comuni dell’Alto Milanese, forti del sostegno di Sileno Fabbri, presidente della provincia di Milano, venne deciso che Legnano, Parabiago, Rho e Nerviano, importanti centri industriali, non avrebbero fatto parte della nuova provincia. La separazione di Castellanza e Busto, confluite nella provincia di Varese, da Legnano ruppe l’unità amministrativa di quella che era stata una delle culle dello sviluppo dell’industria in Italia ma non i legami finanziari ed economici di un territorio che traeva una forte identità dalla comune specializzazione produttiva in campo tessile.

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